In questi giorni, ancora una volta, ho sentito da lontano l'eco della mia città tutto porto chiedermi aiuto per l'ennesima invasione. L'ennesimo rifiuto.
Da lontano ma dritto fino al cuore, come una lancia dolorosa capace di infliggerti il dolore più atroce.
Tu sei bella Palermo e non lo sai.
Sei splendente e hai lineamenti di porcellana e occhi profondi capaci di catturare gli altri con grande sincerità.
Sei generosa e umile. Nascondi i tuoi gioielli più preziosi mostrandoli solo agli eletti che sono in grado di trovarli.
Hai cuore e tanta magnanimità.
Ma sei sola e triste.
Sola e abbandonata ad un destino crudele.
E mi tocca rimpiangere di non poterti trascinare fuori dalle tue mura, dal tuo mare per portarti in viaggio e per mostrarti come altrove, le altre sono coccolate e custodite, come tesori preziosi.
Ieri, passeggiando per le vie di Strasburgo che, in questi giorni, gode di temperature quasi estive e eccezionali, sono stata rapita dal fascino delle sue piazze, delle sue strade, delle sue fontane che hanno ricominciato a scorrere dopo il gelo invernale. E la gioia dei suoi abitanti, seduti fuori ai tavoli di locali su aree pedonali, felici di bere una bibita fresca o di gustare il magico gelato di "Franchi". E le bici, che non hanno mai smesso di circolare, ma si son vestite di fiori e profumi primaverili per adattarsi alla stagione. Anche loro felici di aver abbandonato il triste inverno.
Sembrava un sogno, mia cara Palermo e addirittura sembrava di essere in una scena d'opera lirica, talmente tutto sembrava così perfetto.
Avresti avuto voglia pure tu di toglierti le scarpe e danzare festosa in questi spazi così a misura d'uomo.
E ho provato pena per te, che puoi spesso godere delle gioie di temperature invidiabili, che hai già il mare e non hai bisogno di sostituirlo con finte spiagge sulle piazze cittadine o laghi e piscine varie.
Hai tutto ma ti manca ognuna di queste cose. Perché non riescono a risplendere.
C'è sempre quel rifiuto a farti la guerra.
E se ieri, almeno nelle sere estive, potevamo uscire e incontrarci tutti a Piazza Rivoluzione per sfuggire alle insidie del caos notturno, facendo finta di essere felici e di non vedere le lucciole, oggi le luci si sono spente e anche questo spettacolo è finito.
E ora quei rifiuti stanno bivaccando alle tue spalle inondandoti e intaccando la tua anima e la tua essenza.
I rifiuti, maledetti!
Eppure, i rifiuti non sono necessariamente qualcosa di malefico, quando si pensa a riutilizzarli.
La scena sembra quasi fantascientifica. Ma intanto ieri ho messo una bottiglia dentro una macchinetta al supermercato e in cambio ho avuto uno scontrino di 0,21 cents per detrarli dal totale della spesa.
Fantascienza, fantascienza...
Un giorno, ti prometto, tutto cambierà. Un giorno anche tu sarai amata da tutti, soprattutto dai tuoi abitanti e non solo invidiata da lontano per il mare, le temperature e i gelati.
Un giorno, l'ennesimo rifiuto smetterà di opporsi al tuo amore e ti renderà splendida e quasi perfetta.
Più gli uomini sono pesanti, più le loro tracce sono profonde...
mercoledì 17 aprile 2013
domenica 17 marzo 2013
Venti di diritti e democrazia.
Stavolta possiamo urlarlo a squarciagola.
Anche se sarà necessario respirare molta aria per coprire il raggio di separazione dal bel Paese.
Siamo dimenticati, fisicamente distanti ma emotivamente onnipresenti.
Ieri, mi sono davvero emozionata nel seguire le elezioni dei due Presidenti di Camera e Senato.
Con una passione sempre viva, ma rigenerata.
Laura Boldrini è sempre stata il mio modello di donna e di pasionaria dei diritti.
Ricordo di averla incontrata quando presentò il suo libro sulla sua pluriennale esperienza tra gli immigrati, in quelle terre lambite dal verde mare di Lampedusa.
Lampedusa, terra anche lei di contrasti. Terra lontana, anche se vicina.
Vicina per la miriade di turisti assatanati pronti ad invadere le sue bellezze, ignari di tutto o presunti tali.
Lontana dalla civiltà, per la sua continua dissacrazione, volontaria o non, dei diritti umani.
Specchio magnifico di acque troppo colme di corpi martoriati e abbandonati. Corpi senza nome. Troppi.
Terra di abitanti generosi ma troppo spesso abbandonati.
E lei, il nostro nuovo Presidente della Camera, in tutti questi anni ha lottato per mediare tra due mondi apparentemente lontani anche se poi non così tanto.
Per urlare la disperazione di popoli dimenticati.
Per porre rimedio alla "sofferenza sociale". Per provare a sensibilizzare.
Ieri, la mia distanza fisica dal bel Paese è apparsa come una linea retta piena di sassolini pronti ad indicarci di nuovo la via.
Non per tornare indietro, ma per andare avanti.
A volte, la storia è proprio beffarda.
E così, chi l'altro ieri "sfilava" animosamente davanti ad un Tribunale per osannare la distruzione del potere giudiziario e la sua eliminazione dalla società contemporanea, ieri stesso ha dovuto tollerare "l'invasione" di nuove realtà. Di nuove persone. Di nuove personalità.
Di "nuove" parole. Come giustizia, equità, diritti delle donne, degli immigrati, dei giovani, dei pensionati, degli esodati, dei cittadini e non, di tutti gli altri.
E memoria. Dei padri costituenti e dei loro principi spesso accantonati, delle vittime di mafia, di terrorismo e di ogni ingiustizia subita. Memoria della disperazione di famiglie ancora condannate a non conoscere la "verità" sulla morte violenta dei loro cari.
Ed è stato costretto a "subire" l'incalzare di un vento nuovo, caldo, piacevole, capace di ritrasmetterci forza e passione.
Poco importa cosa succederà. Oggi mi sento rassicurata.
Tutto quello in cui ho sempre creduto e sperato ha una nuova forma. Quella di una società in grado di cambiare, evolversi, ricordare e imparare dagli errori del passato.
Aveva ragione Adriano Celentano. È sempre dalla fine che si ricomincia.
http://www.repubblica.it/politica/2013/03/16/foto/laura_boldrini_dalla_siria_allo_yemen_con_unhcr-54699899/1/#1
Anche se sarà necessario respirare molta aria per coprire il raggio di separazione dal bel Paese.
Siamo dimenticati, fisicamente distanti ma emotivamente onnipresenti.
Ieri, mi sono davvero emozionata nel seguire le elezioni dei due Presidenti di Camera e Senato.
Con una passione sempre viva, ma rigenerata.
Laura Boldrini è sempre stata il mio modello di donna e di pasionaria dei diritti.
Ricordo di averla incontrata quando presentò il suo libro sulla sua pluriennale esperienza tra gli immigrati, in quelle terre lambite dal verde mare di Lampedusa.
Lampedusa, terra anche lei di contrasti. Terra lontana, anche se vicina.
Vicina per la miriade di turisti assatanati pronti ad invadere le sue bellezze, ignari di tutto o presunti tali.Lontana dalla civiltà, per la sua continua dissacrazione, volontaria o non, dei diritti umani.
Specchio magnifico di acque troppo colme di corpi martoriati e abbandonati. Corpi senza nome. Troppi.
Terra di abitanti generosi ma troppo spesso abbandonati.
E lei, il nostro nuovo Presidente della Camera, in tutti questi anni ha lottato per mediare tra due mondi apparentemente lontani anche se poi non così tanto.
Per urlare la disperazione di popoli dimenticati.
Per porre rimedio alla "sofferenza sociale". Per provare a sensibilizzare.
Ieri, la mia distanza fisica dal bel Paese è apparsa come una linea retta piena di sassolini pronti ad indicarci di nuovo la via.
Non per tornare indietro, ma per andare avanti.
A volte, la storia è proprio beffarda.
E così, chi l'altro ieri "sfilava" animosamente davanti ad un Tribunale per osannare la distruzione del potere giudiziario e la sua eliminazione dalla società contemporanea, ieri stesso ha dovuto tollerare "l'invasione" di nuove realtà. Di nuove persone. Di nuove personalità.
Di "nuove" parole. Come giustizia, equità, diritti delle donne, degli immigrati, dei giovani, dei pensionati, degli esodati, dei cittadini e non, di tutti gli altri.
E memoria. Dei padri costituenti e dei loro principi spesso accantonati, delle vittime di mafia, di terrorismo e di ogni ingiustizia subita. Memoria della disperazione di famiglie ancora condannate a non conoscere la "verità" sulla morte violenta dei loro cari.
Ed è stato costretto a "subire" l'incalzare di un vento nuovo, caldo, piacevole, capace di ritrasmetterci forza e passione.
Poco importa cosa succederà. Oggi mi sento rassicurata.
Tutto quello in cui ho sempre creduto e sperato ha una nuova forma. Quella di una società in grado di cambiare, evolversi, ricordare e imparare dagli errori del passato.
Aveva ragione Adriano Celentano. È sempre dalla fine che si ricomincia.
http://www.repubblica.it/politica/2013/03/16/foto/laura_boldrini_dalla_siria_allo_yemen_con_unhcr-54699899/1/#1
lunedì 4 marzo 2013
Si fa presto a dire DONNA...
Quest'anno non me la sento proprio di aspettare l'otto marzo per proclamare la giornata internazionale della donna e "bacchettare", come al solito, i "festeggiamenti" inutili, perlopiù limitati alla durata di appena qualche ora.
Ancora oggi, leggo che, dopo tre anni, quello che sembrava il suicidio di una giovane donna, sarebbe oggi ascrivibile alla violenza dell'ex fidanzato.
E ancora, anche se si fa presto a dire "donna" e quote rosa, i nostri diritti sono quotidianamente calpestati.
Noi non chiediamo niente di strano a questi nostri uomini né tantomeno alla società.
Chiediamo solamente rispetto e riconoscimento sociale.
E chiedo qualcosa anche anche a voi, care piccole e grandi donne.
Chiedo anche a voi di avere più rispetto per voi stesse.
E non è casuale.
Il primo passo verso il non rispetto si compie quando tolleriamo troppo e troppe cose.
Quando permettiamo a chiunque di trattarci con sufficienza e senza troppa decenza.
Quando lasciamo che certi maschi o la nostra peggior nemica, la società stessa, ci trattino come beni fungibili, pronti a sostituirci e a buttarci via senza alcuna pietà.
Quando lasciamo che si sottovaluti continuamente la nostra intelligenza.
Quando non avvertiamo che certi atteggiamenti o comportamenti non sono mica normali.
Ma noi non lo capiamo. O tantomeno non lo capiamo per tempo.
Ma quand'è il momento giusto per capirlo? Perché c'è forse un momento per capirlo?
Qualche mese fa ho sentito il gelo scorrere lungo tutto il corpo e intorno al mio cuore quando ho assistito allo spettacolo di Serena Dandini e delle altre "donne ferite a morte".
Ho provato disgusto e impotenza. Anche verso la società.
Perché per quanto fosse straordinario fruire gratuitamente di cotanta lezione di civiltà, intanto, chissà dentro quante mura si continuavano a consumare gesti di solita e quotidiana violenza.
Nel senso che, nonostante lo straordinario successo, non eravamo riusciti a trascinare dentro quel teatro le vere vittime di questo drammatico "spettacolo".
E questo lo percepivo come un fallimento.
E ripensavo ad una giovane ragazza della mia età, incontrata qualche mese fa, che non riusciva a lasciare suo marito, il padre di sua figlia, il padre dei suoi lividi perché temeva la sua forza bruta. Temeva di morire se solo l'avesse lasciato o se solo lui avesse conosciuto questa sua intenzione.
E la dirompente paura delle conseguenze future era più forte dell'inarrestabile potenza della violenza subita, quella che la costringeva a stare zitta e a dormire per terra per punizione.
Non è una realtà tanto lontana dal Pakistan della Laila di "Mille splendidi soli".
Condannata a subire la violenza del marito. Ma Laila ha studiato, nel tempo in cui l'istruzione non era riservata ai soli uomini. Suo padre le ha insegnato che una donna colta è tutto ciò che di più pericoloso c'è.
Laila è astuta.
E si rivela ben pronta a reagire e a ribellarsi pur non avendo a sua disposizione altro mezzo se non quello della rabbia e dell'intelligenza. E alla fine, quella dell'altrui solidarietà di sesso femminile.
E allora, come Laila ci insegna, c'è sempre una via di scampo?
Io voglio pensare di sì.
E voglio che tutte noi, piccoli e grandi donne, non prendiamo per l'ennesima volta al volo questa giornata per agire superficialmente e senza alcuna riflessione.
Voglio che in questa e in altre giornate si pensi a tutte quelle operaie morte dentro la loro fabbrica newyorkese nel 1911 per il solo fatto di aver scioperato, a tutte quelle donne sacrificate nel loro ruolo che giornalmente sono costrette a rinunciare a un pezzetto della loro dignità perché sono state dimenticate dalla società.
Voglio pensare a tutte le madri e non, lavoratrici e non, che ogni giorno sono pronte a lottare per affermare diritti e solidarietà e che, nonostante tutto, alla fine di ogni giornata sono capaci di regalarci un sorriso, una carezza e brillare di luce propria senza aspettare di essere baciate dal sole o dal chiaro di luna.
Ancora oggi, leggo che, dopo tre anni, quello che sembrava il suicidio di una giovane donna, sarebbe oggi ascrivibile alla violenza dell'ex fidanzato.
E ancora, anche se si fa presto a dire "donna" e quote rosa, i nostri diritti sono quotidianamente calpestati.
Noi non chiediamo niente di strano a questi nostri uomini né tantomeno alla società.
Chiediamo solamente rispetto e riconoscimento sociale.
E chiedo qualcosa anche anche a voi, care piccole e grandi donne.
Chiedo anche a voi di avere più rispetto per voi stesse.
E non è casuale.
Il primo passo verso il non rispetto si compie quando tolleriamo troppo e troppe cose.
Quando permettiamo a chiunque di trattarci con sufficienza e senza troppa decenza.
Quando lasciamo che certi maschi o la nostra peggior nemica, la società stessa, ci trattino come beni fungibili, pronti a sostituirci e a buttarci via senza alcuna pietà.
Quando lasciamo che si sottovaluti continuamente la nostra intelligenza.
Quando non avvertiamo che certi atteggiamenti o comportamenti non sono mica normali.
Ma noi non lo capiamo. O tantomeno non lo capiamo per tempo.
Ma quand'è il momento giusto per capirlo? Perché c'è forse un momento per capirlo?
Qualche mese fa ho sentito il gelo scorrere lungo tutto il corpo e intorno al mio cuore quando ho assistito allo spettacolo di Serena Dandini e delle altre "donne ferite a morte".
Ho provato disgusto e impotenza. Anche verso la società.
Perché per quanto fosse straordinario fruire gratuitamente di cotanta lezione di civiltà, intanto, chissà dentro quante mura si continuavano a consumare gesti di solita e quotidiana violenza.
Nel senso che, nonostante lo straordinario successo, non eravamo riusciti a trascinare dentro quel teatro le vere vittime di questo drammatico "spettacolo".
E questo lo percepivo come un fallimento.E ripensavo ad una giovane ragazza della mia età, incontrata qualche mese fa, che non riusciva a lasciare suo marito, il padre di sua figlia, il padre dei suoi lividi perché temeva la sua forza bruta. Temeva di morire se solo l'avesse lasciato o se solo lui avesse conosciuto questa sua intenzione.
E la dirompente paura delle conseguenze future era più forte dell'inarrestabile potenza della violenza subita, quella che la costringeva a stare zitta e a dormire per terra per punizione.
Non è una realtà tanto lontana dal Pakistan della Laila di "Mille splendidi soli".
Condannata a subire la violenza del marito. Ma Laila ha studiato, nel tempo in cui l'istruzione non era riservata ai soli uomini. Suo padre le ha insegnato che una donna colta è tutto ciò che di più pericoloso c'è.
Laila è astuta.
E si rivela ben pronta a reagire e a ribellarsi pur non avendo a sua disposizione altro mezzo se non quello della rabbia e dell'intelligenza. E alla fine, quella dell'altrui solidarietà di sesso femminile.
E allora, come Laila ci insegna, c'è sempre una via di scampo?
Io voglio pensare di sì.
E voglio che tutte noi, piccoli e grandi donne, non prendiamo per l'ennesima volta al volo questa giornata per agire superficialmente e senza alcuna riflessione.
Voglio che in questa e in altre giornate si pensi a tutte quelle operaie morte dentro la loro fabbrica newyorkese nel 1911 per il solo fatto di aver scioperato, a tutte quelle donne sacrificate nel loro ruolo che giornalmente sono costrette a rinunciare a un pezzetto della loro dignità perché sono state dimenticate dalla società.
Voglio pensare a tutte le madri e non, lavoratrici e non, che ogni giorno sono pronte a lottare per affermare diritti e solidarietà e che, nonostante tutto, alla fine di ogni giornata sono capaci di regalarci un sorriso, una carezza e brillare di luce propria senza aspettare di essere baciate dal sole o dal chiaro di luna.
sabato 23 febbraio 2013
Ma io voglio assolutamente votare! No grazie, l'Italia ritiene ancora una volta di non aver bisogno di te.
E il grillo urlante, il mentore un pò deludente, il bugiardo pericoloso sempre in agguato, il democratico ben ponderato, il professore fin troppo apprezzato.
Basta non ce la facciamo più. Non fanno che alimentare dissapori e delusioni.
Ma c'è ancora qualcuno che ci lascia un briciolo di speranza? Forse.
Intanto, tu ti senti una povera formica momentaneamente emigrata per sopperire a un bisogno vitale: non farti uccidere quella porzione di cervello che forse ancora ti rimane.
Ma tu non conti niente per questo paese. E quindi non hai voce.
Perché ogni giorno, soprattutto negli ultimi anni, ha ignorato la tua esistenza.
Ti ha usato solo per estorcerti soldi; ogni tanto ti ha regalato qualcosa: amori, affetti, ideali, valori, canzoni, sorrisi, pietanze infungibili, odori di casa, tutti pezzi fondamentali della tua esistenza. Ma non sono stati sufficienti.
Perché ti ha negato un'evoluzione sociale adeguata.
Ti ha impedito di lavorare e avere in cambio una gratificazione/retribuzione. Perché non prendiamoci in giro. Di passione si vive liberi, ma non si campa.
Ti ha impedito di andare in banca e aprire un conto gratuitamente.
Di saltare sopra un mezzo di trasporto efficiente per condurti a strati un pò più soddisfacenti delle tue giornate e scalate.
E ha relegato i "poveri" all'uso della bici. Mentre, i "ricconi" si sono "accontentati" di auto fiammanti. Solo per sfrecciare dentro queste su porzioni dissestate di strade dimenticate.
Per non parlare della "crisi esistenziale" che ci ha sopraffatto.
Ormai, per consolarci di una vita triste e poco adeguata alle nostre esigenze, ci siamo rifugiati nel mondo parallelo. Quello che, dapprima, ha iniziato a scorrerci accanto. Poi, invece, ha preso sempre più spazio, fino a sopraffarci.
Risultato: ormai non sappiamo più fare niente senza internet, i social networks e "l'alta tecnologia"!
Grandi conquiste!
Però, queste grandi invenzioni non sono state in grado di regalarci, a loro volta, altre evoluzioni.
E quindi la tecnologia che oggi agisce all'impazzata, oggi stesso non ti permette di votare.
Non ti aiuta, pure lei ti ha dimenticata.
Ma chi se ne frega, direbbe qualcuno.
Basta che ti aiuti a tenere sempre in primo piano la tua bella faccia, magari pure modificata, a vomitare a tutti pezzi della tua straordinaria esistenza. Poi, però, poco conta se giornalmente pezzi di diritti e di felicità sono sempre più sbriciolati.
Fino a scomparire, senza nemmeno accorgercene.
Ma che importa.
Forse dovrei semplicemente rassegnarmi al fatto che così vanno le cose e che bisogna accontentarsi.
Accontentarmi?
Signori Cittadini, voi che avete ancora voce, se gradite, siete ancora liberi di non accontentarvi.
Ma dovrete scomodarvi a scivolare fino alla cabina elettorale, perché il fantastico mondo di internet, per quanto sia gratuito, non è ancora in grado di appagare certi nostri diritti.
Per fortuna, purtroppo.
Basta non ce la facciamo più. Non fanno che alimentare dissapori e delusioni.
Ma c'è ancora qualcuno che ci lascia un briciolo di speranza? Forse.
Intanto, tu ti senti una povera formica momentaneamente emigrata per sopperire a un bisogno vitale: non farti uccidere quella porzione di cervello che forse ancora ti rimane.
Ma tu non conti niente per questo paese. E quindi non hai voce.
Perché ogni giorno, soprattutto negli ultimi anni, ha ignorato la tua esistenza.
Ti ha usato solo per estorcerti soldi; ogni tanto ti ha regalato qualcosa: amori, affetti, ideali, valori, canzoni, sorrisi, pietanze infungibili, odori di casa, tutti pezzi fondamentali della tua esistenza. Ma non sono stati sufficienti.
Perché ti ha negato un'evoluzione sociale adeguata.
Ti ha impedito di lavorare e avere in cambio una gratificazione/retribuzione. Perché non prendiamoci in giro. Di passione si vive liberi, ma non si campa.
Ti ha impedito di andare in banca e aprire un conto gratuitamente.
Di saltare sopra un mezzo di trasporto efficiente per condurti a strati un pò più soddisfacenti delle tue giornate e scalate.
E ha relegato i "poveri" all'uso della bici. Mentre, i "ricconi" si sono "accontentati" di auto fiammanti. Solo per sfrecciare dentro queste su porzioni dissestate di strade dimenticate.
Per non parlare della "crisi esistenziale" che ci ha sopraffatto.
Ormai, per consolarci di una vita triste e poco adeguata alle nostre esigenze, ci siamo rifugiati nel mondo parallelo. Quello che, dapprima, ha iniziato a scorrerci accanto. Poi, invece, ha preso sempre più spazio, fino a sopraffarci. Risultato: ormai non sappiamo più fare niente senza internet, i social networks e "l'alta tecnologia"!
Grandi conquiste!
Però, queste grandi invenzioni non sono state in grado di regalarci, a loro volta, altre evoluzioni.
E quindi la tecnologia che oggi agisce all'impazzata, oggi stesso non ti permette di votare.
Non ti aiuta, pure lei ti ha dimenticata.
Ma chi se ne frega, direbbe qualcuno.
Basta che ti aiuti a tenere sempre in primo piano la tua bella faccia, magari pure modificata, a vomitare a tutti pezzi della tua straordinaria esistenza. Poi, però, poco conta se giornalmente pezzi di diritti e di felicità sono sempre più sbriciolati.
Fino a scomparire, senza nemmeno accorgercene.
Ma che importa.
Forse dovrei semplicemente rassegnarmi al fatto che così vanno le cose e che bisogna accontentarsi.
Accontentarmi?
Signori Cittadini, voi che avete ancora voce, se gradite, siete ancora liberi di non accontentarvi.
Ma dovrete scomodarvi a scivolare fino alla cabina elettorale, perché il fantastico mondo di internet, per quanto sia gratuito, non è ancora in grado di appagare certi nostri diritti.
Per fortuna, purtroppo.
domenica 27 gennaio 2013
Cronache di una prima settimana alsacienne
Scusi, vorrei sapere cosa occorre per avere l'abbonamento mensile. Sono studentessa.
La madame dietro lo sportello mi chiede: "Quanti anni ha?".
Io rispondo: ventotto! Non sono certo felice per quella domanda.
Non lo sono perché so che la riduzione per studenti funziona solo fino ai 25 anni. E io ne ho ventotto.
Troppi. In Francia, ventotto anni sono troppi per essere uno studente.
In Francia, ti "aiutano" ad uscire dal nucleo familiare molto tempo prima.
Prima, insomma. Perché è davvero importante essere indipendenti e anche liberi.
Liberi di decidere di prendere in affitto un appartamento per starci soli o in due.
Liberi di godere del fine settimana dopo sei giorni di lavoro.
Liberi di poter uscire dal portafoglio, quella carte bleue, all'Università o al ristorante, che ti aiuta a sentirti fiero ed indipendente.
Poi, è normale che mi sento continuamente stanca e presa in giro per le conneries italiennes.
Quelle che ci raccontano ogni giorno, quelle del merito e dell'esser choosy; quelle sparate troppo forte per non provare rabbia e disgusto.
Per lo più, ultimamente, ancora più amare e disgustose dopo l'ennesimo ritorno delle berlusconneries.
Ha proprio ragione Roberto Saviano quando dice che bisogna lasciarlo solo e isolato come un bambino di settantasei anni, che insiste troppo per ottenere qualcosa dai genitori. Lasciarlo perdere.
Ci riusciremo mai?
In Italia, noi "genitori" di tanti bei valori, di meriti e successi, di fatiche e sacrifici, ci siamo proprio stufati.
E così, come faccio a non gioire della mia prima settimana alsacienne?.
In Italia, ho trascorso un anno e mezzo credendo di avere il volante tra le mani per potermi sentire abbastanza libera di muovermi.
Ma quando afferravo quel volante, mi scontravo con troppe anomalie e disagi.
Ha mai lavorato? No. Cioè si. Beh, in realtà ho fatto uno stage di due anni in uno studio legale.
Ma sa, non è remunerato. Scusi, ma allora che lavoro è?
Nel frattempo mi agitavo tra una circonvallazione e un parcheggio che non c'era mai, per riuscire ad arrivare in orario. L'ora esatta e l'orario, la mia ossessione per due anni. Per soli sette km di distanza dal mondo quotidiano. Troppo, troppo distante da me.
L'altro giorno, ho preso per la prima volta il tram, alla fermata "Homme de Fer".
Qua è facile orientarsi. Pur non guidando, sentivo di aver un bel timone tra le mani.
Dieci minuti, trascorsi tra uno sguardo e un altro intorno a me.
E intanto, guardavo fuori, quei "coraggiosi" capaci di sfidare il freddo, correndo felici in bici. Felici.
Strano. Fuori, c'è la neve. Ma loro se ne fregano e sfrecciano liberi.
Nonostante le spaventose linee del tram che ti "intralciano" il cammino e le zone pedonali.
A Palermo, ti ucciderebbero all'istante. E sarebbero terribilmente tristi (molti, certo, per fortuna non tutti) di non poter piazzare quella cavolo di auto ovunque vadano, a due metri dall'università, dal centro commerciale, dal centro di analisi, da Louis Vuitton (stranamente, qua questi negozi sono vuoti e non fanno la fila come da noi, credendo di contare di più, se vi hanno accesso e se espongono seriali ed insignificanti "borsette" lungo una strada dissestata). A due metri dalla posta.
Oh la posta. Che cosa assurda. Qua i maledetti cedolini per le raccomandate A/R etc li piazzano su una bella scrivania all'entrata, così se ne hai bisogno, non sei costretto a scavalcare, tra il linciaggio generale, gli altri in attesa, perché credono che tu gli voglia "fottere" il posto.
Sono piccoli dettagli, trovo. Ma importanti, nel delirio della vita quotidiana.
Vita quotidiana. Strasburgo è una città ricca, ma ricca di tanti buoni esempi. Avrà di certo anche i suoi lati negativi. Ma qui ho l'impressione che la gente sia più felice.
Perché sa di contare qualcosa.
Era scioccata, al mio arrivo all'università, quando la Responsabile di Relazioni internazionali, ha voluto accompagnarmi ovunque per spiegarmi tutto e soprattutto la dislocazione delle varie aule e uffici.
Mi parlava e conosceva già il mio nome.
E la guardavo, pensierosa. Pensavo a quante volte sono stata costretta a correre alla ricerca di uffici senza sapere dove fossero, ad assorbire senza poter urlare il malessere dei responsabili di quegli uffici. Troppo poco pagati, troppo mal organizzati, a volte per nulla appassionati.
E ora lei teneva, con calma e cura, a spiegarmi tutto perché non mi sentissi perduta.
Perduta. Quanta gente deve aver goduto nel vedermi spaesata e perduta.
Ma ora sono qui, incastrata tra l'attesa di una borsa di studio e la voglia di vivermi questa città.
Felice di ascoltare professori motivati nel parlare di diritti.
Poi la professoressa ha pronunciato un parola: per me il diritto internazionale è una passione.
Strano. Quante volte la si dimentica o la si è dimenticata. Ora, intanto, sono qui.
Felice di sentirmi appassionata.
La madame dietro lo sportello mi chiede: "Quanti anni ha?".
Io rispondo: ventotto! Non sono certo felice per quella domanda.
Non lo sono perché so che la riduzione per studenti funziona solo fino ai 25 anni. E io ne ho ventotto.
Troppi. In Francia, ventotto anni sono troppi per essere uno studente.
In Francia, ti "aiutano" ad uscire dal nucleo familiare molto tempo prima.
Prima, insomma. Perché è davvero importante essere indipendenti e anche liberi.
Liberi di decidere di prendere in affitto un appartamento per starci soli o in due.Liberi di godere del fine settimana dopo sei giorni di lavoro.
Liberi di poter uscire dal portafoglio, quella carte bleue, all'Università o al ristorante, che ti aiuta a sentirti fiero ed indipendente.
Poi, è normale che mi sento continuamente stanca e presa in giro per le conneries italiennes.
Quelle che ci raccontano ogni giorno, quelle del merito e dell'esser choosy; quelle sparate troppo forte per non provare rabbia e disgusto.
Per lo più, ultimamente, ancora più amare e disgustose dopo l'ennesimo ritorno delle berlusconneries.
Ha proprio ragione Roberto Saviano quando dice che bisogna lasciarlo solo e isolato come un bambino di settantasei anni, che insiste troppo per ottenere qualcosa dai genitori. Lasciarlo perdere.
Ci riusciremo mai?
In Italia, noi "genitori" di tanti bei valori, di meriti e successi, di fatiche e sacrifici, ci siamo proprio stufati.
E così, come faccio a non gioire della mia prima settimana alsacienne?.
In Italia, ho trascorso un anno e mezzo credendo di avere il volante tra le mani per potermi sentire abbastanza libera di muovermi.
Ma quando afferravo quel volante, mi scontravo con troppe anomalie e disagi.
Ha mai lavorato? No. Cioè si. Beh, in realtà ho fatto uno stage di due anni in uno studio legale.
Ma sa, non è remunerato. Scusi, ma allora che lavoro è?
Nel frattempo mi agitavo tra una circonvallazione e un parcheggio che non c'era mai, per riuscire ad arrivare in orario. L'ora esatta e l'orario, la mia ossessione per due anni. Per soli sette km di distanza dal mondo quotidiano. Troppo, troppo distante da me.
L'altro giorno, ho preso per la prima volta il tram, alla fermata "Homme de Fer".
Qua è facile orientarsi. Pur non guidando, sentivo di aver un bel timone tra le mani.
Dieci minuti, trascorsi tra uno sguardo e un altro intorno a me.
E intanto, guardavo fuori, quei "coraggiosi" capaci di sfidare il freddo, correndo felici in bici. Felici.
Strano. Fuori, c'è la neve. Ma loro se ne fregano e sfrecciano liberi.
Nonostante le spaventose linee del tram che ti "intralciano" il cammino e le zone pedonali.
A Palermo, ti ucciderebbero all'istante. E sarebbero terribilmente tristi (molti, certo, per fortuna non tutti) di non poter piazzare quella cavolo di auto ovunque vadano, a due metri dall'università, dal centro commerciale, dal centro di analisi, da Louis Vuitton (stranamente, qua questi negozi sono vuoti e non fanno la fila come da noi, credendo di contare di più, se vi hanno accesso e se espongono seriali ed insignificanti "borsette" lungo una strada dissestata). A due metri dalla posta.
Oh la posta. Che cosa assurda. Qua i maledetti cedolini per le raccomandate A/R etc li piazzano su una bella scrivania all'entrata, così se ne hai bisogno, non sei costretto a scavalcare, tra il linciaggio generale, gli altri in attesa, perché credono che tu gli voglia "fottere" il posto.
Sono piccoli dettagli, trovo. Ma importanti, nel delirio della vita quotidiana.
Vita quotidiana. Strasburgo è una città ricca, ma ricca di tanti buoni esempi. Avrà di certo anche i suoi lati negativi. Ma qui ho l'impressione che la gente sia più felice.
Perché sa di contare qualcosa.
Era scioccata, al mio arrivo all'università, quando la Responsabile di Relazioni internazionali, ha voluto accompagnarmi ovunque per spiegarmi tutto e soprattutto la dislocazione delle varie aule e uffici.
Mi parlava e conosceva già il mio nome.
E la guardavo, pensierosa. Pensavo a quante volte sono stata costretta a correre alla ricerca di uffici senza sapere dove fossero, ad assorbire senza poter urlare il malessere dei responsabili di quegli uffici. Troppo poco pagati, troppo mal organizzati, a volte per nulla appassionati.
E ora lei teneva, con calma e cura, a spiegarmi tutto perché non mi sentissi perduta.
Perduta. Quanta gente deve aver goduto nel vedermi spaesata e perduta.
Ma ora sono qui, incastrata tra l'attesa di una borsa di studio e la voglia di vivermi questa città.
Felice di ascoltare professori motivati nel parlare di diritti.
Poi la professoressa ha pronunciato un parola: per me il diritto internazionale è una passione.
Strano. Quante volte la si dimentica o la si è dimenticata. Ora, intanto, sono qui.
Felice di sentirmi appassionata.
lunedì 24 dicembre 2012
Si fa presto a dire Natale
Si fa presto a dire Natale.
In questi giorni, riaffanciandomi sul mondo reale, mi sono resa conto, per la prima volta, del numero considerevole di negozi che ha chiuso i battenti.
Passo dopo passo, le loro saracinesche si sono abbassate e il sogno di tanti piccoli negozietti indipendenti ha preso il volo.
Si fa presto a dire Natale.
Peccato, che nel frenetismo generale, mi è capitato di ascoltare conversazioni tra lavoratori inferociti per gli orari full time e nessuna voglia di impacchettare, infiocchettare e consegnare regalo e sorriso.
Del resto posso capirli.
Si fa presto a dire Natale.
Tutti immersi nel vortice dirompente dell'acquisto last minute.
Camminare, guardare (quando si ha tempo), pagare.
Acquistare, acquistare e acquistare.
Si fa presto perché si deve far presto.
Molti finiscono per comprare ciò che di più futile c'è.
Troppi, quest'anno, hanno avuto tutto il tempo per pensare a come far quadrare i conti, perché quel bancomat sempre chiuso nel portafoglio, in realtà, era in sofferenza. E pure loro soffrivano.
Consapevoli di non potere ma di volere regalare ai cari nient'altro che il sogno della felicità.
Nient'altro che il sogno.
Perché da domani si ricomincia.
Si fa presto a dire Natale.
Intanto, io sono contenta che sia arrivato presto perché stasera ritroverò la mia famiglia tutta unita e il mio magico Pino.
Anche se mi toccherà mangiare l'agnello :-)
Si fa presto a dire Natale.
Oggi, l'unica persona che ho incontrato per strada felice e serena si trovava ad un semaforo e come un angelo dal sorriso candido teneva in mano una bacchetta magica per lavare i vetri.
Lavava i vetri e rideva felice.
Ad un certo punto, non sono riuscita a dirgli che per me erano puliti e non mi interessava.
E poi, aveva la bacchetta magica, quella della felicità.
Quella che molti hanno e non sanno usare.
Quella che pochi sanno trovare.
Quella che ti dà la direzione giusta per la notte di Natale.
In questi giorni, riaffanciandomi sul mondo reale, mi sono resa conto, per la prima volta, del numero considerevole di negozi che ha chiuso i battenti.
Passo dopo passo, le loro saracinesche si sono abbassate e il sogno di tanti piccoli negozietti indipendenti ha preso il volo.
Si fa presto a dire Natale.
Peccato, che nel frenetismo generale, mi è capitato di ascoltare conversazioni tra lavoratori inferociti per gli orari full time e nessuna voglia di impacchettare, infiocchettare e consegnare regalo e sorriso.
Del resto posso capirli.
Si fa presto a dire Natale.
Tutti immersi nel vortice dirompente dell'acquisto last minute.
Camminare, guardare (quando si ha tempo), pagare.
Acquistare, acquistare e acquistare.Si fa presto perché si deve far presto.
Molti finiscono per comprare ciò che di più futile c'è.
Troppi, quest'anno, hanno avuto tutto il tempo per pensare a come far quadrare i conti, perché quel bancomat sempre chiuso nel portafoglio, in realtà, era in sofferenza. E pure loro soffrivano.
Consapevoli di non potere ma di volere regalare ai cari nient'altro che il sogno della felicità.
Nient'altro che il sogno.
Perché da domani si ricomincia.
Si fa presto a dire Natale.
Intanto, io sono contenta che sia arrivato presto perché stasera ritroverò la mia famiglia tutta unita e il mio magico Pino.
Anche se mi toccherà mangiare l'agnello :-)
Si fa presto a dire Natale.
Oggi, l'unica persona che ho incontrato per strada felice e serena si trovava ad un semaforo e come un angelo dal sorriso candido teneva in mano una bacchetta magica per lavare i vetri.
Lavava i vetri e rideva felice.
Ad un certo punto, non sono riuscita a dirgli che per me erano puliti e non mi interessava.
E poi, aveva la bacchetta magica, quella della felicità.
Quella che molti hanno e non sanno usare.
Quella che pochi sanno trovare.
Quella che ti dà la direzione giusta per la notte di Natale.
venerdì 21 dicembre 2012
Quanto pesa un sogno?
Non avresti mai pensato che la tua valigia dei sogni fosse così pesante.
Così carica di libri.
Eppure, un giorno hai dovuto riempirla, facendo i conti con i vari tentativi degli ultimi anni, di svuotarne il contenuto.
Quanto pesa un sogno?
In quel momento, in cui hai messo un libro, anzi un codice sopra l'altro, hai faticato per allinearli, in modo da non spiegazzare le pagine, ne hai percepito tutto il peso.
Un fardello abnorme.
Volevi essere leggero, libero e felice e ti ritrovi a trascinare fino ad un carcere una valigia enorme, carica di sogni troppo pesanti.
Talmente pesante che ci è voluto l'aiuto del commissario "nemico-amico" per sollevarla su un tavolino traballante.
Ecco, traballante. In quei giorni, in un primo momento, mi sono sentita così.
Come se non bastasse, poi, mi hanno separato da tutti i punti fermi del mio ultimo periodo.
E io, per natura, ho sempre avuto bisogno di punti fermi, di dosi di equilibrio miste ad un poco di follia.
Mentre tutti gli altri si accomodavano più o meno soddisfatti per la loro postazione, io ancora una volta, ero là da sola a lottare contro un fardello enorme. In un corridoio triste ed anonimo.
Era stato inutile cercare di sgonfiarlo, modellarlo, moderando calma e pazienza; per quanto facessi finta che non ci fosse, tornava sempre a farmi compagnia.
In quel momento, ho pensato, ancora una volta, che avrei dovuto lottare da sola.
Poi, si è proceduto alla dettatura.
In un attimo, ancora una volta, mi sono sentita più traballante.
Non doveva andare così pensavo.
Ero sicura, che in quel vortice di incertezze, avrei trovato qualche argomento amico.
E invece no. Ancora quel fardello.
Poi, come accade sempre, quando ti senti minacciato, ho cominciato a guardarmi intorno alla ricerca di familiarità.
A poco a poco, ho pensato che se non l'avessi trovata, avrei potuto cercarla comunque.
A poco a poco, il fardello ha cominciato a rimpicciolirsi.
La pesantezza ha lasciato spazio alla leggerezza.
Com'è successo?
È bastato guardarsi dentro e intorno.
E così mi sono aggrappata ai miei sogni che, in fondo, erano pure loro dei punti fermi. Desiderio di equilibrio misto ad un poco di fantasia e genialità.
E così è andata.
È bastato aggrapparsi ai sogni, allo sguardo rassicurante dei miei gladiatori preferiti che, ogni tanto, apparivano all'orizzonte quando staccavo lo sguardo da quel foglio bianco ma carico di sogni.
Ho pensato alle parole di qualche saggio, alla fatica di mio padre e di mia madre per offrirmi felicità, a mia nonna che non aveva avuto la fortuna di imparare a scrivere e a mio nonno che metteva una X quando firmava i documenti, dinanzi al mio stupore di bambina.
A tutte quelle ore trascorse in attesa nei corridoi dei Tribunali. Alle porte sbattute in faccia perché tu eri troppo poco per contare o era troppo tardi.
Ma anche al sorriso di chi mi accoglieva sempre con magnanimità.
E sono scivolata via, dimenticando quel fardello enorme.
Si un fardello.
Poi, mi sono svegliata e ho pensato che, per quanto possano sembrare pesanti o apparire come incubi, i nostri sogni vanno sempre vissuti. Sempre.
Ho rifatto la valigia. Stavolta meno carica di libri e con un pò di speranza in più.
L'ho riempita più che potessi. Stavolta, a mio piacimento.
E così, sono tornata ad essere leggera, libera e felice. Almeno per il momento.
Così carica di libri.
Eppure, un giorno hai dovuto riempirla, facendo i conti con i vari tentativi degli ultimi anni, di svuotarne il contenuto.
Quanto pesa un sogno?
In quel momento, in cui hai messo un libro, anzi un codice sopra l'altro, hai faticato per allinearli, in modo da non spiegazzare le pagine, ne hai percepito tutto il peso.
Un fardello abnorme.
Volevi essere leggero, libero e felice e ti ritrovi a trascinare fino ad un carcere una valigia enorme, carica di sogni troppo pesanti.
Talmente pesante che ci è voluto l'aiuto del commissario "nemico-amico" per sollevarla su un tavolino traballante.Ecco, traballante. In quei giorni, in un primo momento, mi sono sentita così.
Come se non bastasse, poi, mi hanno separato da tutti i punti fermi del mio ultimo periodo.
E io, per natura, ho sempre avuto bisogno di punti fermi, di dosi di equilibrio miste ad un poco di follia.
Mentre tutti gli altri si accomodavano più o meno soddisfatti per la loro postazione, io ancora una volta, ero là da sola a lottare contro un fardello enorme. In un corridoio triste ed anonimo.
Era stato inutile cercare di sgonfiarlo, modellarlo, moderando calma e pazienza; per quanto facessi finta che non ci fosse, tornava sempre a farmi compagnia.
In quel momento, ho pensato, ancora una volta, che avrei dovuto lottare da sola.
Poi, si è proceduto alla dettatura.
In un attimo, ancora una volta, mi sono sentita più traballante.
Non doveva andare così pensavo.
Ero sicura, che in quel vortice di incertezze, avrei trovato qualche argomento amico.
E invece no. Ancora quel fardello.
Poi, come accade sempre, quando ti senti minacciato, ho cominciato a guardarmi intorno alla ricerca di familiarità.
A poco a poco, ho pensato che se non l'avessi trovata, avrei potuto cercarla comunque.
A poco a poco, il fardello ha cominciato a rimpicciolirsi.
La pesantezza ha lasciato spazio alla leggerezza.
Com'è successo?
È bastato guardarsi dentro e intorno.
E così mi sono aggrappata ai miei sogni che, in fondo, erano pure loro dei punti fermi. Desiderio di equilibrio misto ad un poco di fantasia e genialità.
E così è andata.
È bastato aggrapparsi ai sogni, allo sguardo rassicurante dei miei gladiatori preferiti che, ogni tanto, apparivano all'orizzonte quando staccavo lo sguardo da quel foglio bianco ma carico di sogni.
Ho pensato alle parole di qualche saggio, alla fatica di mio padre e di mia madre per offrirmi felicità, a mia nonna che non aveva avuto la fortuna di imparare a scrivere e a mio nonno che metteva una X quando firmava i documenti, dinanzi al mio stupore di bambina.
A tutte quelle ore trascorse in attesa nei corridoi dei Tribunali. Alle porte sbattute in faccia perché tu eri troppo poco per contare o era troppo tardi.
Ma anche al sorriso di chi mi accoglieva sempre con magnanimità.
E sono scivolata via, dimenticando quel fardello enorme.
Si un fardello.
Poi, mi sono svegliata e ho pensato che, per quanto possano sembrare pesanti o apparire come incubi, i nostri sogni vanno sempre vissuti. Sempre.
Ho rifatto la valigia. Stavolta meno carica di libri e con un pò di speranza in più.
L'ho riempita più che potessi. Stavolta, a mio piacimento.
E così, sono tornata ad essere leggera, libera e felice. Almeno per il momento.
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